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giovedì 13 luglio 2017

I SANTI DELLA NOSTRA CHIESA SAN CAMILLO DE LELLIS



In Breve: Di nobile famiglia, nato a Bucchianico, nelle vicinanze di Chieti, il 25 maggio 1550, Camillo de Lellis fu soldato di ventura. Persi i suoi averi al gioco, si mise al servizio dei Cappuccini di Manfredonia. Convertitosi ed entrato nell'Ordine, per curare una piaga riapertasi tornò a Roma nell'ospedale di San Giacomo degli Incurabili, dove si dedicò soprattutto ai malati. Si consacrò a Cristo Crocifisso, riprese gli studi al Collegio Romano e, divenuto sacerdote nel 1584, fondò la «Compagnia dei ministri degli infermi». L'ordine dei Camilliani si distinse da altri per lo spirito della sua opera legata alla carità misericordiosa e per l'abito caratterizzato dalla croce rossa di stoffa sul petto. De Lellis pose attenzione unicamente malati, ponendo le basi per la figura dell'infermiere e del cappellano quali li vediamo oggi. Morì a Roma il 14 luglio 1614 e venne canonizzato nel 1746.

PER SAPERNE DI PIU’
Nascita straordinaria
Nel 1574, a ventiquattro anni d’età, Camillo de Lellis, d’origine abruzzese, era un uomo finito.
Nato da una madre molto anziana la domenica di Pentecoste dell’anno Santo 1550, era un bambino normale – anzi, molto più robusto e più alto del normale (da grande sopravanzerà quasi tutti dalla testa in su) – ma la madre aveva anche il cuore rattristato a causa di qualche triste premonizione.
Di fatto, nessuno riuscì ad educarlo. A solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare il padre da un presidio militare all’altro, assimilando da lui una passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte, e, dall’ambiente un atteggiamento da bravaccio involgarito.

Soldato di ventura
Per alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, giocandosi la vita nelle battaglie, nelle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati.
Nel 1574 scampò ad un naufragio e, sceso a terra a Napoli, fu preso da una tale frenesia per il gioco che il “perdersi anche la camicia” non fu un modo di dire.
Finì randagio come un cane, vagabondando senza meta, con vergogna, elemosinando davanti alle chiese con “infinito rossore”. Alla fine dovette adattarsi a lavorare per la costruzione di un convento di cappuccini conducendo due giumenti carichi di pietre, calce e acqua per i muratori.

La svolta decisiva
Ma la vicinanza di quei frati, appena riformati e ancora nel loro pieno fervore, non gli era indifferente.
Durante un viaggio al convento di S. Giovanni Rotondo, era l’anno Santo 1575, incontrò un frate che se lo prese in disparte per dirgli:
“Dio è tutto. Il resto è nulla. Bisogna salvare l’anima che non muore…”. Nel lungo viaggio di ritorno, tra gli anfratti del Gargano, Camillo meditava.
Ad un tratto scese di sella, si buttò a terra piangendo:
“Signore, ho peccato. Perdona a questo gran peccatore! Me infelice che per tanti anni non ti ho conosciuto e non ti ho amato. Signore, dammi tempo per piangere a lungo i miei peccati”.
Chiese di diventare cappuccino, ma venne dimesso dal convento, per una piaga che non cessava di suppurare.

Con gli “Incurabili”
Con rinnovato spirito, Camillo tornò a quell’ospedale a cui la malattia sembrava incatenarlo, l’Ospedale romano di S. Giacomo, dove si trattavano appunto le più orribili malattie e dove – nel passato – vi si era perfino impiegato per curare gli altri malati, guadagnandosi così di che vivere.
All'ospedale degli “Incurabili” giungevano i malati più ripugnanti, i rifiuti della società, spesso orribili a vedersi, che venivano addirittura scaricati sulla porta dell’edificio.

L’assistenza sanitaria
Nel XVI secolo, i malati erano in mano a dei mercenari; alcuni, delinquenti costretti a quel lavoro con forza, altri, per non aver diversa possibilità di guadagno.
Un cronista del ‘600 così descrive la vita nelle corsie dell’Ospedale: “Erano forzati… a servirsi, per così dire, della feccia del mondo cioè de Ministri ignoranti, banditi o inquisiti d’alcun delitto, confinandoli per penitenza e castigo dentro li suddetti luoghi… Almeno certa cosa era che li poveri agonizzanti stavano allora o tre giorni interi, stentando e penando nelle loro penose agonie se ch’alcuno mai gli dicesse una pur minima parola di consolatione o conforto…”
Non sono esagerazioni, perché riscontri simili abbiamo da altri ospedali.
Quando Camillo e i suoi cominceranno a lavorare nell’ospedale maggiore di Milano (la “Ca’ granda”) troveranno che i luoghi di degenza sono in tale stato che Camillo li considera “causa di morte”: “Iddio sa quanti ne morirono l’anno per questo andare a quelli sporchi, fetosi e fangosi lochi! “.

Dirigente all’Ospedale S. Giacomo – Roma
Di nuovo agli ” Incurabili “, Camillo era ormai noto per la sua conversione. Ben presto lo nominarono Maestro di Casa, cioè responsabile immediato dell’andamento economico ed organizzativo. Cominciò a mettere ordine.
Notte e giorno, era solito comparire e quando nessuno se lo aspettava, richiamando, rimproverando e costringendo ognuno a fare il suo lavoro e a farlo bene.
Controllava gli acquisti, litigava con i mercanti, rimandava indietro le partite di merce avariata.
Senza sosta, esortava gli inservienti e spiegava loro che: “I poveri infermi sono pupilla et cuore di Dio et… quello che facevano alli detti poverelli era fatto allo stesso Dio“.

Uomini nuovi per una assistenza nuova
Un pensiero fisso lo ossessionava: sostituire tutti i mercenari con persone disposte a stare coi malati solo per amore.
Desiderava avere con sé gente che “non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio gli servissero con quell’ amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi“. Questo era il progetto. Resolo manifesto, destò subito preoccupazione. Ci fu chi temette che interessi e abitudini sarebbero stati messi in discussione; altri sospettarono che Camillo avrebbe finito con l’impadronirsi dell’ospedale; altri ancora – pur ben ispirati – considerarono il progetto irrealizzabile.
Osteggiato, Camillo ed i suoi compagni lasciarono l’ospedale degli “Incurabili” dove ormai non li volevano più e si ritrovarono in una poverissima casetta dove non avevano che due coperte in tre, e la notte dovevano fare a turno per coprirsi. Cominciarono così la loro libera attività nel grande ospedale romano di Santo Spirito.

All’ospedale Santo Spirito
Era il glorioso Hospitium Apostolorum, l’ospedale voluto direttamente dal Papa Innocenzo III nel ‘300  e da lui affidato ai religiosi di S. Spirito.
Sisto IV, il Papa della Cappella Sistina, rinnovò l’ospedale con una tale magnificenza da riproporre almeno idealmente il valore originario: “Culto d’amore dovuto a Cristo, Dio e uomo, ammalato nei poveri“.
Purtroppo, assieme alla fede grande della Chiesa, anche in questo ospedale era visibile la sua miseria terrena.
Gli uomini si mostravano di fatto indegni di quella solenne struttura: il problema dei mercenari era simile a quello degli altri ospedali, i problemi igienici e il sudiciume umiliavano notevolmente quello splendore, e l’auspicato volontariato si tramutava in disordine

Con la tenerezza di una madre
In quel luogo, per trentanni lavoreranno Camillo e i suoi amici divenendo pian piano una nuova congregazione religiosa: l’Ordine dei Ministri degli Infermi.
Per essi l’ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la qualità carismatica della tenerezza.
Non era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva. Un testimone riferì di averlo visto “stare ingenocchiato vicino a un povero infermo ch’aveva un così pestifero e puzzolento canchero in bocca, che non era possibile tolerarsi tanto fetore, e con tutto ciò esso Camillo standogli appresso a fiato a flato, gli diceva parole di tanto affetto, che pareva fosse impazzito dell’amor suo, chiamandolo particolarmente: Signor mio, anima mia, che posso io fare per vostro servigio? pensando egli che fosse l’amato suo Signore Giesù Christo...” (dagli Atti di canonizzazione).

La sua scuola: cuore e intelligenza
Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati in capitolo, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare.
Ogni tanto gridava: ” Più cuore, voglio vedere più affetto materno ” Oppure: ” Più anima nelle mani “.
Camillo, illetterato e capace di accedere all’Ordinazione sacerdotale solo per i meriti acquisiti “sul campo”, divenne – di fatto – il fondatore della assistenza infermieristica, la cui testimonianza ci è lasciata nelle “Regole per ben servire i malati” (Archivio di Stato di Milano), una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere del malato.

L’esperienza dell’Ordine Camilliano
Pian piano andavano aumentando i giovani che desideravano condividere la sua vita. Camillo ebbe così la possibilità di “occupare” altri ospedali.
Giunse fino a Napoli, Genova, Milano, Mantova. Anzi, fu proprio a Milano dove scoppiò la dura questione degli ospedali. Camillo di testa sua, senza consultarsi con nessuno, colse l’occasione propizia per farsi affidare tutto l’ospedale, per curare cioè non solo l’assistenza ai malati ma l’intera gestione materiale di tutto.
Per Camillo qualunque cosa riguardasse anche lontanamente i suoi poveri, gli ammalati, era sacra e da accogliere.
Ormai prossimo al termine della sua vita, Camillo si ritrovò con quattordici conventi, otto ospedali (di cui quattro sotto la sua completa responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.

Il testamento
Morì a 64 anni, non senza aver dettato il suo testamento per lasciare in eredità tutto se stesso. Il testamento è una totale e minuziosa consegna di se stesso:
“Io Camillo de Lellis… lascio il mio corpo di terra alla medesima terra di dove è stato prodotto.
…Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin dentro l’anima… Item lascio al mondo tutte le vanità… Item lascio et dono l’anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Gesù e alla sua S, Madre… Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”.
Rappacificato con la vita, spirò il 14 luglio 1614.

lunedì 13 luglio 2015

I SANTI DELLA NOSTRA PARROCCHIA: SAN CAMILLO DE LELLIS



Di nobile famiglia, nato a Bucchianico, nelle vicinanze di Chieti, il 25 maggio 1550, Camillo de Lellis fu soldato di ventura. Persi i suoi averi al gioco, si mise al servizio dei Cappuccini di Manfredonia. Convertitosi ed entrato nell'Ordine, per curare una piaga riapertasi tornò a Roma nell'ospedale di San Giacomo degli Incurabili, dove si dedicò soprattutto ai malati. Si consacrò a Cristo Crocifisso, riprese gli studi al Collegio Romano e, divenuto sacerdote nel 1584, fondò la «Compagnia dei ministri degli infermi». L'ordine dei Camilliani si distinse da altri per lo spirito della sua opera legata alla carità misericordiosa e per l'abito caratterizzato dalla croce rossa di stoffa sul petto. De Lellis pose attenzione unicamente malati, ponendo le basi per la figura dell'infermiere e del cappellano quali li vediamo oggi. Morì a Roma il 14 luglio 1614 e venne canonizzato nel 1746.Di nobile famiglia, nato a Bucchianico, nelle vicinanze di Chieti, il 25 maggio 1550, Camillo de Lellis fu soldato di ventura. Persi i suoi averi al gioco, si mise al servizio dei Cappuccini di Manfredonia. Convertitosi ed entrato nell'Ordine, per curare una piaga riapertasi tornò a Roma nell'ospedale di San Giacomo degli Incurabili, dove si dedicò soprattutto ai malati. Si consacrò a Cristo Crocifisso, riprese gli studi al Collegio Romano e, divenuto sacerdote nel 1584, fondò la «Compagnia dei ministri degli infermi». L'ordine dei Camilliani si distinse da altri per lo spirito della sua opera legata alla carità misericordiosa e per l'abito caratterizzato dalla croce rossa di stoffa sul petto. De Lellis pose attenzione unicamente malati, ponendo le basi per la figura dell'infermiere e del cappellano quali li vediamo oggi. Morì a Roma il 14 luglio 1614 e venne canonizzato nel 1746.

sabato 13 luglio 2013

14 luglio: san Camillo de Lellis


Era il secondo figlio, atteso per molto tempo, dei nobili Giovanni de Lellis e Camilla de Compellis: Camillo, un gigante di forza, di coraggio, di carità, di dolcezza.

  In effetti tutta la vita di Camillo fu straordinaria. Egli nacque il 25 maggio 1550 a Bucchianico di Chieti nell’Abruzzo; nel mese dì marzo di quello stesso anno moriva a Granada Giovanni di Dio, un altro grande santo della sanità. Fu battezzato col nome di Camillo in ossequio alla madre, nome che significa “ministro del sacrificio”.

  Camillo fu un fanciullo vivace e irrequieto, imparò a leggere ed a scrivere e poi via, allorché a tredici anni gli morì la madre, nei tumulti di una vita vagabonda. Al seguito del padre, militare di carriera negli eserciti spagnoli, cominciò a frequentare le compagnie dei soldati, imparandone linguaggio e passatempi, fra i quali il gioco delle carte e dei dadi. Preparatosi anche nel mestiere, mentre si stava arruolando nell’esercito della “Lega santa”, improvvisamente gli morì il padre Giovanni, col quale doveva imbarcarsi. All’evento luttuoso seguì la comparsa di una dolorosa ulcera purulenta, forse da osteomielite, alla caviglia destra. Ciò costrinse Camillo a recarsi a Roma per il suo trattamento all’ospedale San Giacomo degli Incurabili.

  Parzialmente guarito, Camillo pensò che gli conveniva proprio fare il militare mercenario e con la seconda Lega fu mandato, al soldo della Spagna, prima in Dalmazia e poi a Tunisi. Fu congedato nel 1574, perse ogni suo avere al gioco e fu accolto dai Cappuccini di San Giovanni Rotondo non lontano da Manfredonia a fare il manovale, dopo avere girato qua e là in cerca di elemosina. Le buone parole di un frate di quel convento e la grazia del Signore trasformavano il cuore e la vita di quello sbandato ormai quasi venticinquenne e nel febbraio 1575 avvenne la conversione. La piaga, che intanto si andava estendendo alla gamba, lo riportò al San Giacomo di Roma, dove, con ben altro spirito rispetto al primo ricovero, cominciò, più che a pensare a sé stesso, a rendersi conto dello stato di abbandono e di miseria in cui si trovavano i malati, alla mercé di un personale indifferente ed insufficiente. Si mise a servire i suoi compagni sofferenti e lo faceva in maniera così delicata e diligente che gli amministratori lo promossero responsabile del personale e dei servizi dell’ospedale.

  Ma non riuscendo a cambiare la situazione generale, Camillo ebbe l’ispirazione, una volta dimesso, di convocare un gruppo di amici che, consacratisi a Cristo Crocifisso, si dedicassero totalmente alle prestazioni verso gli ammalati. Essi formeranno più avanti la Compagnia dei Ministri degli Infermi che Sisto V, papa dal 1585 al 1590, approvava nel 1586, con il permesso ad ognuno di portare l’abito nero come i Chierici Regolari, ma con il privilegio di una croce di panno rosso sul petto, come espressione della Redenzione operata dal dono del Preziosissimo Sangue di Cristo.

   Intanto Camillo trovava il tempo per studiare e nel 1584 veniva ordinato sacerdote a S. Giovanni in Laterano.

  In quel tempo esisteva a Roma il grande ospedale o arcispedale di Santo Spirito, che Innocenzo III, papa dal 1198 al 1216, aveva fondato nel 1204 come Hospitium Apostolorum e che proprio Sisto V aveva provveduto a rinnovare ed a ingrandire. Qui prese ben presto servizio Camillo coi suoi compagni e per ventotto anni egli ebbe ogni attenzione per quei malati, nei quali spesso contemplava misticamente Gesù Cristo stesso. Egli riuscì anche ad esigere che le corsie fossero ben arieggiate, che ordine e pulizia fossero costanti, che i pazienti ricevessero pasti salutari e che i malati affetti da malattie contagiose fossero posti in quarantena.

  Nel frattempo papa Gregorio XIV elevava la Compagnia ad Ordine religioso e l’8 dicembre 1591 il sacerdote, con venticinque compagni, fece la prima professione dei voti, aggiungendo ai tre abituali di povertà, castità e obbedienza, il quarto voto, vale a dire quello di “perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati”. Nella pratica della carità i Ministri degli Infermi, che diventeranno poi i Camilliani, stabilirono il seguente paradigma: il corpo prima dell’anima, il corpo per l’anima, l’uno e l’altra per Iddio.

  Per un certo tempo il sacerdote Camillo governò personalmente l’Ordine, fondando Case in parecchie città d’Italia, ma nel 1607 vi rinunciò per qualche dissenso sorto tra i confratelli e riprese a tempo pieno l’assistenza ai malati, ai poveri, ai diseredati. L’ulcera della caviglia non l’abbandonò mai e, dopo la comparsa di patologia renale e gastrica, egli moriva il 14 luglio 1614. I suoi resti mortali restano sepolti nella piccola chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma.

  Don Camillo de Lellis da Bucchianico venne beatificato nel 1742 e proclamato santo quattro anni dopo da Papa Benedetto XIV. Leone XIII lo dichiarò, nel 1886, patrono degli infermi e degli ospedali, Pio XI lo proclamò patrono degli infermieri nel 1930 e Paolo VI, qualche decennio più tardi, protettore particolare della sanità militare italiana. La sua festa liturgica ricorre il 14 luglio.

  L’Ordine dei Camilliani ha avuto un progressivo sviluppo lungo gli abbondanti quattro secoli che costituiscono la sua storia, fatti salvi alcuni momenti difficili nel Settecento e nell’Ottocento. Nel tempo si sono formate comunità di religiose e poi le Ministre degli Infermi ed ancora sono sorti in varie parti del mondo gruppi di laici, uomini e donne, che hanno fatto proprio il carisma e la missione di San Camillo: tutti insieme, Ordine in testa, costituiscono “La Famiglia Camilliana”.

FONTE: SANTI E BEATI

venerdì 12 luglio 2013

SALVIATI, Antonmaria (1537-1602)





Nato il 21 Gennaio 1537, Firenze. Di una nobile famiglia di origine toscana, un ramo della famiglia dei Medici. Figlio di Lorenzo Salviati e Costanza Conti. Pronipote di papa Leone X da parte di una delle sorelle del pontefice. Nipote di cardinali Giovanni Salviati (1517) e Bernardo Salviati,. (1561), il suo predecessore nella sede di Saint-Papoul. Parente del cardinale Lodovico Pico della Mirandola (1712). Altri cardinali della famiglia erano Alamanno Salviati (1730), e Gregorio Salviati (1777). Il suo primo nome è anche elencato come Antonio Maria.
Aveva un eccellente dottrina
Primi anni di vita. Intraprese lo stato ecclesiastico in giovane età, seguendo l'esempio dei suoi due zii. Cavaliere di S. Pietro, fu eletto vescovo di Saint-Papoul, Francia, 8 agosto 1561. Ha partecipato al Concilio di Trento, 1561-1562. Diede le dimissioni dal governo della diocesi nel 1564. Nominato Chierico della Camera Apostolica, 4 maggio 1570, in seguito, ne divenne prefetto. Nunzio  prima di re Carlo IX di Francia per affari della lega contro i Turchi, febbraio-dicembre 1571. Nunzio in Francia, 11 giugno 1572 fino all'8 marzo 1578. Governatore di Civitavecchia, 22 gennaio 1583.

Creato cardinale diacono nel concistoro del 12 dicembre, 1583; ha ricevuto la berretta rossa e la diaconia di S. Maria in Aquiro, 9 gennaio 1584. Ha partecipato al conclave del 1585, che elesse papa Sisto V. Legato a Bologna, 13 maggio 1585 fino a luglio 1586. Nominato legato in Romagna, in via provvisoria, a sostituire il cardinale Giulio Canani, che ha dovuto essere dispensato per motivi di salute il 28 luglio 1586. Scelto per l'ordine dei cardinali presbiteri con il titolo di S. Maria della Pace 20 aprile 1587. Ha partecipato al primo conclave del 1590, che elesse papa Urbano VII. E partecipò anche  al secondo conclave del 1590, che elesse papa Gregorio XIV. Quindi ha partecipato al conclave del 1591, che elesse papa Innocenzo IX. Il nuovo papa lo ha nominato, insieme con il cardinale Mariano Pierbenedetti, a presiedere tutti i tribunali della Curia romana con ampie facoltà di giudicare e definire tutte le cause. Nominato presidente del Tribunale della Sacra Romana Rota da papa Innocenzo IX. Parteciperà  al conclave del 1592, che elesse papa Clemente VIII. Chiamato, nel 1592, insieme con i cardinali Alessandro Damasceni Peretti e Mariano Pierbenedetti, alla prefettura di Roma, della Sacra Consulta, e delle città di tutto lo stato pontificio. Fu conferito il titolo di S. Lorenzo in Lucina, 23 aprile 1600. Cardinale proto-presbitero e il 30 agosto del 1600 fu affidato il titolo di S. Maria in Trastevere. E 'diventato molto famoso per la sua generosità, nella munificenza a favore di costruzione e arricchimento di chiese, ospedali e opere di carità. Ha contribuito con i suoi beni alla espansione e ricostruzione dell'Ospedale di S. Giacomo, di cui era stato guardiano prelato, e della sua annessa chiesa, inoltre ha contribuito al finanziamento per la depurazione delle acque del Legno. Era il protettore dell'ospedale di S. Rocco, e destinato il ricavato della sua tenuta di Acquasona per l'erezione di una unità in quell'ospedale, destinato a ricevere malati poveri, nobili in povertà, donne bisognose in attesa e ragazze madri. Inoltre ha protetto l'istituto per orfani di S. Maria in Aquiro e nel 1591, con uns donazione di 10.000 scudi, aveva costruito un nuovo braccio in quella casa, assegnandolo a una scuola che è stata poi chiamata "Salviati". Era un grande amico di Camillo de Lellis, futuro santo.

Morì il 16 aprile 1602, hora fere prima noctis (quasi alla prima ora della notte)  a  Roma. Sepolto accanto all'altare maggiore della chiesa parrocchiale di S. Giacomo in Augusta (o degli Incurabili), dove avvenne il solenne funerale il 22 gennaio 1603 l'elogio funebre fu affidato a Pompeo Ugoni.

I. P. C. ANTONIVS. MARIA. SALVIATVS. S. R. E. CARD. ÆDIBVS. ADIACENTIBVS. IN. ÆGROTORVM. CVRAM. EXTRVXIT. IN. HOC. QVOD. A. FVNDAMENTIS. EXTRVXIT. TEMPLO. SEPVULCRVM. SIBI. DELEGIT. VIXIT. ANN. LXV. MENSES. II. DIES. XXVII. OBIIT. XV. KAL. APR. MDCII. LAVRENTIVS. SALVIATVS. IACOBI. FILIVS. MARCHIO. IVULIANI. EX. TESTAMENTO. HÆRES. PATRIS. PATRVELI. P. C. ANN. MDCIV.

sabato 27 aprile 2013

CARMELA E VALERIO SPOSI NEL SIGNORE

Sabato pomeriggio, 20 aprile, durante la Messa delle 17.30, Valerio Anania e Carmela Chinni, hanno unito le loro vite in Matrimonio nella nostra Chiesa.
Hanno fatto la scelta di sposarsi durante la Messa Comunitaria. Io mi rono raccomandato tanto per la puntualità. Forse ho esagerato nel puntualizzare questa esigenza al punto che 'La Sposa', tradizionalmente in ritardo, è arrivata con 15 minuti di anticipo e sono stato costretto ad iniziare la Messa almeno 10 minuti prima.
La celebrazione molto sentita, è stata scandita dalle Parole della Liturgia che ci hanno invitato a seguire Gesù buon Pastore nell'atteggiamento di Ascolto, Fiducia e Sequela.
I due sposi sono medici che hanno avuto stretti rapporti con quello che fu L'Ospedale san Giacomo e il loro 'Lavoro' nella nuova vita del matrimonio è stato indicato come 'Missione feconda'.
Ai nostri amici auguriamo tanta gioia e serenità e benedizione dal Signore. 





venerdì 29 marzo 2013

Ho pranzato con il Papa







Che dire?
A volte la realtà supera di gran lungo la fantasia ed il desiderio.
L’altra sera ho ricevuto una telefonata da un mio carissimo amico: il direttore della Caritas Diocesana. Vedendo sul display del cellulare il suo nome, rispondendo e senza neppure lasciarlo parlare, dico:”Viva Papa Francesco”. E lui replicando mi dice: “Ecco, appunto, Papa Francesco domani ti invita a pranzo!”
E, tra il mio stupore, meraviglia, sbigottimento, e gioia ci siamo dati appuntamento per ieri mattina alle 12.30 a Porta sant’Anna.
Io puntualissimo e anche don Enrico, il direttore della Caritas. Piano, piano si andava componendo il puzzle della ‘situazione’. Ieri era Giovedì Santo. Per tradizione i sacerdoti condividono in fraternità il pranzo. Il sottosegretario di Stato, Mons. Angelo Becciu, dopo la ‘Messa Crismatis’, ha voluto invitare nel suo appartamento Papa Francesco insieme ad un gruppo di sacerdoti. Sette preti romani. Gli ha voluto dare l’opportunità di essere Vescovo anche in questa circostanza.
Quando il gruppo si è formato. Siamo stati accompagnati dalle guardie svizzere presso il suo appartamento nel Palazzo apostolico.
In una saletta, abbiamo atteso qualche minuto il papa. Non sapevo chi fosse stato invitato né il perché. Ma conoscevo bene tutti i sacerdoti: Don Enrico, che ora è direttore della Caritas, e che mi conosce dall’età di 13 anni; don Mario, ora parroco,è stato tanti anni prete operaio; don Petrosino, salesiano che ha svolto e svolge ancora la sua attività con i giovani a Pontemammolo, luogo della mia infanzia; don Maurizio, salesiano, che faceva parte del primo gruppo di ragazzi che io ‘animavo’ quando avevo 21 anni; Don Marco che io ho conosciuto quando aveva 17 anni ed io ero suo Assistente in seminario ed ora è Parroco a san Saturnino; don  Angelino, che con me ha studiato al seminario Romano ed ora è Parroco a San Marco e segue spiritualmente oltre 100 sacerdoti. Senza saperlo mi ero reso conto che tutti con me avevano condiviso un pezzo di storia della mia vita.
Eravamo tutti un po’ impacciati. Forse meravigliati di stare lì. In fondo stavamo aspettando il Papa. Quel Papa che io tanto avrei voluto vedere, anche da lontano, in una celebrazione, ma che le mie condizioni fisiche me lo avevano impedito.
Mons. Becciu ci ha rassicurato. Ci ha confermato quanto tutti abbiamo percepito dalle prime parole di Francesco la sera della sua Elezione, circa la sua semplicità.
Un breve saluto al suo arrivo. Una stretta di mano, prima conoscenza, foto di rito e quindi a tavola.
E lì è iniziato il nostro pasto conviviale. Tutto si è svolto con estrema semplicità, nello stile che Francesco ha voluto dare ai suoi gesti di Pastore. Il posto del papa non aveva una posizione privilegiata. In mezzo ai suoi preti. In tutto eravamo in dieci. La posizione di privilegio l’avevo io: proprio davanti a lui.
Subito ci siamo presentati: uno per uno. Raccontando la nostra storia. Francesco ha ascoltato con tanta attenzione, intervenendo, di tanto in  tanto, con battute, piccole riflessioni ed anche indicazioni.
Durante il pranzo, molto semplice: un ‘primo’, piatto tipico sardo, un ‘secondo’ con contorno, e un buonissimo dolce, andava avanti la nostra conversazione.
Il Papa era contento, lo si vedeva. Spesso mentre gli altri parlavano, essendogli io avanti, i nostri sguardi si incrociavano. E forse, accorgendosi del mio imbarazzo, spesso mi sorrideva sciogliendo la mia rigidità.
Sono stati moltissimi gli argomenti, attinenti alle attività di ciascuno. Quelli improntati sul servizio, sui poveri, sulla solidarietà sulla testimonianza sono stati quelli che seguiva con attenzione ed anche con commozione: si, anche commozione! I suoi occhi si son gonfiati, quando ha ascoltato una toccante testimonianza di don Enrico riguardante il servizio della Carità.
E’ stato attento alla testimonianza di don Mario, che è stato prete operaio, mostrando molta sensibilità per i problemi sociali che ci affliggono, per la precarietà, la disoccupazione, la difficoltà delle famiglie ad andare avanti, la povertà.
Attento e molto partecipe sull’argomento della formazione di noi sacerdoti, del nostro accompagnamento nella crescita di fede.
Quanto fino ad ora abbiamo ascoltato che il Papa ha detto con le parole, ho potuto percepire, sentire, vedere, che le sperimenta personalmente; e che fede e vita, nella sua persona si fondono nella sua ‘umanità’.
Io mi son presentato facendo notare come tutti i presenti, ciascuno a suo modo hanno incrociato la mia vita. E dalla mia ordinazione sacerdotale, fino al mio servizio a San Giacomo sinteticamente ho presentato la mia esperinza. Ho raccontato anche la ‘dolorosa’ storia dell’Ospedale, di come in maniera maldestra si sia chiuso un nosocomio che la Chiesa al termine del 1500 aveva realizzato per andare incontro ai poveri e agli esclusi ed emarginati.
Ha voluto sapere della mia malattia, di tutti i miei interventi chirurgici subiti e di come sto ora.
E poi ho parlato delle parrocchie del centro storico. Ho detto al Papa che sono importanti e che pur essendo piccole come numero di abitanti, devono essere centro vivo della presenza e accoglienza cristiana per la capitale, e che non vanno chiuse: ha ascoltato con attenzione ed ha ribadito il suo concetto: ‘ che tristezza vedere le porte delle Chiese chiuse’.
Gli ho anche riferito, che quanto affermato da Padre Lombardi, di un incremento delle confessioni registrato dalla sua Elezione, era proprio vero.
Allora lui, con poche parole, ci ha fatto un esortazione sul sacramento della Confessione: ‘Siate misericordiosi: e misericordia non è colpevolizzare la persona, né dire che tutto è lecito, essere di manica larga. Significa ascoltare, capire, accompagnare passo passo, con pazienza, lasciarsi guidare dal Signore, pregare.
Ha capito che in mattinata non ero stato presente alla Messa Crismale: ‘e … certo: come avresti fatto!!!’ ha detto quasi giustificandomi; ma in ogni caso ho voluto dire che mi ha fatto tanto piacere ascoltare le sue parole nell’omelia; e che mi sento invitato ad indossare la ‘casula’ con i nomi dei mie parrocchiani scritti sopra, e a cercare di immergermi nel gregge che il Signore mi ha affidato, ‘puzzando di pecora’.
Ai suoi incoraggiamenti, tutti abbiamo replicato che la gente già gli vuole bene, e che anche noi gli vogliamo tanto bene e che, quanto sta facendo, è un segno tangibile dell’amore e della tenerezza di Dio.
Gli abbiamo raccontato ciò che i giornali dicono di lui. Io sono anche stato un po’ impudente dicendo che un sottotitolo di un quotidiano affermava che il Papa da buon gesuita lui ascoltava tutti ma poi decideva da solo. ‘Ah, si?’ ha detto sorridendo.
Ogni tanto interveniva con qualche battuta scherzosa ed ascoltava le nostre. Ha parlato anche di calcio, dicendo che tutti gli argentini sono ‘tifosi di calcio’, spiegandoci il perché del suo interessamento alla squadra San Lorenzo, che ha ribadito essere in serie A, e che nasce da una esperienza di oratorio parrocchiale.
Il pranzo così è proseguito con una semplice ma efficace ‘Lectio’ di vita per noi preti e si è concluso con un semplice ‘cin’’cin’ che ha voluto fare singolarmente con ciascuno di noi alzandosi per arrivare a chi era più distante da tavola.
Alla conclusione una preghiera di ringraziamento, e un bacio come saluto. Ci ha invitato a portare il suo saluto e la benedizione alle nostre Comunità Parrocchiali.
Ho voluto dargli il nostro calendario dove all’interno della busta, insieme all’immagine della Madonna dei Miracoli, ho voluto scrivere un biglietto che voglio condividere con voi.
 

Caro Papa Francesco
Questa è l’immagine della Madonna Dei Miracoli che un popolano romano ha dipinto sulla sua casa e poi san Camillo de Lellis ha fatto trasportare nella nostra Chiesa.

Ti chiedo un Ave Maria
Per la mia Parrocchia,
Per la mia famiglia, soprattutto per mia sorella che è stata il mio angelo in questi anni di sofferenza,
Per le persone senza lavoro, che sono disperate,
Per i malati di tumore o di altre gravi malattie.
Per i quanti mi chiedono preghiere per le loro famiglie per la loro sofferenza, per la loro solitudine ed io ne conosco e sono accanto a me ogni giorno.
Per i poveri che bussano alla ogni giorno alla porta della nostra parrocchia.
Ti chiedo una Ave Maria anche per me
Grazie mio vescovo,
mio Papa Francesco.
Ti voglio bene
Tuo figlio
Don Giuseppe


Papa Francesco mi ha salutato per ultimo, mi ha dato il bacio paterno di saluto. Gli ho chiesto: ‘mi dia la benedizione’ e lui quasi sottovoce mettendomi la mano sul capo mi ha detto ‘certo ti benedico’.
Avevo in mano la busta con dentro il calendario e la lettera. Ero impacciato. Mi voltavo cercando qualcuno cui darla: e lui ha detto: ‘perché non posso prenderla io?’ se l’è messa sotto braccio e si è silenziosamente allontanato.
Ci siamo guardati l’un l’altro ed è stato unanime il commento: ‘ma tutto vero quanto è successo?’
E pieni di gioia siamo andati nelle nostre comunità per celebrare la Messa della ‘Cena del Signore’

 don Giuseppe

Intervista per Aleteia portale d'informazione cattolica

giovedì 29 ottobre 2009

Invito San Giacomo


Riceviamo l'invito da parte del pofessor architetto Antonio Mirigliani, al quale volentieri aderiamo






































sabato 26 settembre 2009

E l'ospedale San Giacomo?

Oggi in via del Corso, alcune decine di cittadini, medici dell'ex Ospedale san Giacomo si sono riuniti per chiedere che la struttura chiusa il 31 ottobre dello scorso anno ritorni alla città.
Ricordando quei momenti ecco un video, molto amatoriale di quei giorni



lunedì 16 febbraio 2009

Opere d'arte su San Giacomo in Affidamento alla nostra Chiesa

All'interno dell'Ospedale era conservata una splendida statua di età tardo medievale (sec. XIV-XV) di rara bellezza. Era situata al termine dell'atrio che porta da un lato agli alloggi dei medici e dei cappellani e dall'altro all''Ufficio Tecnico.
Nel periodo di smobilitazione e confusione del Nosocomio, la sopraintendenza alle Belle Arti, su interessamento della Dottoressa Capriotti, ha voluto affidare in custodia temporanea questa statua alla Parrocchia di San Giacomo, assieme ad una bellissima tela del '600 conservata nella sacrestia della Cappella Santa Maria Porta Paradisi.

La statua è di una bellezza austera. Ad altezza naturale, si presenta con la durezza delle sculture medioevali che fanno molto pensare allo stile di 'Arnolfio di Cambio' anhe se certamente è di età di molto posteriore.
E' stata posta nella parte anteriore destra della basilica, appoggiata al pavimento senza una base, che, se da un lato ne sminuisce la visibilità, dall'altro avvicina l'opera al visitatore che può ammirarla con calma nei suoi minimi particolari.



In realtà guardandola non può sfuggire che il baricentro è spostato in avanti: segno evidente della sua prima collocazione in una nicchia o basamento alto che avesse potuto mostrare meglio la fattezza.
La scultura presenta la consueta iconografia Jacopea. Volto simile al Cristo con capelli lunghi e barba, bastone del pellegrino, conciglia e libro in mano.
Il volto molto duro appare più di un 'Guardiano della fede' o 'Cavaliere', che quello di un Santo. Sembra quasi irato (certo qualcosa avrebbe da dire Giacomo 'Il Maggiore', per la chiusura dell'Ospedale).

Il bastone sembra più una spada, e gli abiti che indossa ben curati nei minimi particolari, più che luturgici, sembrano vesti da indossare sotto l'armatura.


Vale la pena ammirare questa opera che ai pù sfugge entrando in chiesa, per la sua infelice collocazione. Anche perchè la sua collocazione provvisoria permette di potersi avvicinare in modo tangibile ed unico.

Nell'ultima cappella di destra è stato posta la grande tela di oltre tre metri, rafficurante San Giacomo. Sicuramente dei primi del '600 è stata dipinta al termine della costruzione della Chiesa consacrata nel 1602 e rappresenta il Santo con alle spalle la Basilica l'Ospedale e l'immagine della Madonna dei Miracoli.
Molto probabilmente proprio all'interno di questo edificio era situata la sua prima collocazione e solo in seguito fu conservato nella sacrestia della cappella Santa Maria Porta Paradisi.